Aboliamo gli editoriali, relitto del passato2 min


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Abbiamo letto l'articolo di Alberto Alesina di oggi sul Corriere, "Aboliamo il tema, relitto del passato". Abbiamo sostituito la parola "tema" con la parola "editoriale" e la parola "studente" con la parola "editorialista" in tutto l'articolo. Abbiamo aggiunto qualche piccolissimo adattamento per rendere il testo sensato e abbiamo tagliato l'ultimo paragrafo. Questo è il risultato.

L'editoriale è diseducativo e tende a produrre «tuttologi». Infatti si chiede agli editorialisti di riempire pagine e pagine su un argomento dato all'ultimo momento di qualsiasi genere.

Ovvero si chiede loro di inventarsi qualcosa su una possibilità vastissima di argomenti alternativi: la definizione del tuttologo appunto. L'articolo potrebbe essere su qualunque cosa: dalla primavera araba alla violenza sulle donne, all'Unione Europea in difficoltà. Ciò vale anche per gli editoriali di letteratura o di arte o di storia. Certo l'editorialista è tenuto a conoscere tutto, ma l'editoriale richiede una conoscenza particolarmente approfondita di un certo argomento piuttosto che un altro. Ecco il tuttologo letterario.

Si dice che l'editoriale sia scritto dai più bravi con l'italiano. Secondo me è l'esatto contrario. L'editoriale in molti casi insegna a dilungarsi quando non si sa cosa dire dato che non si è particolarmente ferrati su un certo argomento: l'editoriale insegna a «menare il can per l'aia». Scrivere bene significa l'opposto. Saper sintetizzare molte idee e nozioni su cui si è ben ferrati in poco spazio.

Cosa si potrebbe fare invece dell'editoriale? Un esempio: assegnare un documento importante, di politica interna o estera (o di letteratura o di attualità o di arte) e dare qualche giorno agli editorialisti per leggerlo e poi chiedere agli editorialisti stessi di produrre un commento, una valutazione critica del documento stesso, una visione alternativa a quella dell'autore, entro un limite stretto di pagine. Naturalmente, durante l'anno, agli editorialisti andrebbe insegnato come fare, sottoponendoli a prove analoghe.

Ma ecco l'inghippo: se si dà un documento da leggere a casa si teme subito che gli editorialisti copino tra loro, o che qualcuno si prenda in biblioteca una critica già fatta del documento in questione o che qualcuno si faccia aiutare dal collega o dal direttore, dal giornalista o dall'intellettuale che sarebbero i primi a offrirsi con ardore. Ma qui si tocca un altro punto dolente: la mancanza del «codice d'onore» indice di scarso capitale sociale e fiducia reciproca.

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