Anna Frank, riascoltare le voci delle vittime e riabitare i luoghi della Memoria6 min


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di Caterina Frustagli

L’immagine violata di Anna

Qualche giorno fa sono comparsi in Curva Sud degli adesivi che raffiguravano Anna Frank, la ragazzina vittima della barbarie nazista che è diventata uno dei simboli della memoria della Shoah, vestita con la divisa giallo-rossa della Roma. L’intento offensivo dei tifosi laziali, che hanno compiuto questo gesto oltraggioso, era evidentemente quello di denigrare i tifosi della squadra avversaria dando loro degli “ebrei”, per di più facendo riferimento all’esperienza del campo di concentramento, quindi dando loro degli “ebrei del lager”. Il presidente della Lazio Claudio Lotito, nei giorni successivi, si è prontamente dissociato da un simile gesto, rendendo omaggio alla Sinagoga e alla Comunità ebraica romana. C’è stata dunque una presa di distanza ufficiale della società laziale rispetto a questa frangia di tifosi, ma questo non può bastare.

Confesso di aver pensato, vedendo l’immagine modificata di Anna con la maglietta della Roma, a una delle tante fake news in giro. Mi è infatti sembrato impossibile che così, alla luce del sole, a qualcuno venisse in mente di prendere l’immagine di un’adolescente barbaramente assassinata e renderla un gadget macabro e ingiurioso. Ho accettato a fatica che la barriera del lecito e il limite della decenza venissero oltrepassati e mi sono chiesta perché ci facciamo ancora macchiare e contagiare dalla violenza, perché permettiamo che il sorriso di una ragazzina, che potrebbe essere una qualunque adolescente che conosciamo, subisca l’insulto del fango e dello sfregio, perché, come profeticamente ci indicava Primo Levi, ci facciamo iniziare al Male, volgendo lo sguardo altrove mentre l’oltraggio si ripete.

Riascoltare le voci delle vittime

Per provare a rispondere a queste domande, credo che si debba ancora porgere l’orecchio, non alle urla sguaiate di chi dileggia, ma alla voce, ferma e allo stesso tempo vibrante, delle vittime.

Nel capitolo "Iniziazione" di Se questo è un uomo, Primo Levi ci ricorda che "siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso".

Con queste parole Levi ci riporta la riflessione del sergente Steinlauf del fu esercito prussiano, compagno di deportazione, che aveva chiesto al giovane Primo perché non si lavasse più e perché non provasse, con la cura di sé, a salvare lo “scheletro della civiltà”.  Dopo Norimberga, la voce del sergente Steinlauf dovrebbe riecheggiare e invitare al senso di responsabilità nelle società nate sulle ceneri della Shoah e dei conflitti mondiali. Dentro di noi dovrebbe risuonare il monito di richiesta di rispetto al perché, davanti all’ingiustizia e all’infamia che ci sporcano di nuovo, noi ci facciamo contagiare ancora, facendoci così, pur da spettatori, iniziare al Male.

Il celebre processo di banalizzazione del Male si attua proprio in questo modo: mascherando un’offesa da sfottò, iscrivendo nel motto goliardiaco l’abbrutimento della denigrazione. Dare dell’ebreo corrisponde per molti, ancora, all’indicare come infamante l’appartenenza a una comunità. Ma, in questa pregiudizievole categorizzazione, ancora socialmente tollerata, si abbassa nuovamente la funzione normativa della società, di modo che, di fatto, l’atto aggressivo diventi appunto banale e dunque non grave.

Hannah Arendt sosteneva che l’educazione è il momento in cui si decide se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina e allora torniamo negli stadi, nelle piazze, nelle scuole e riprendiamoci la responsabilità di negare il nostro consenso e di curare, così, il mondo da chi può contagiare e iniziare al Male. Rendiamo dunque la Shoah non un appuntamento di retorica vuota in occasione della Giornata della Memoria a fine gennaio, ma un’esperienza educativa e di riflessione paradigmatica dell’offesa dell’uomo sull’uomo. Costruiamo nuovi linguaggi in cui le parole tornino ad avere una funzione di riformulazione della vita, facendoci da filtro per pensare nuovamente l’impensabile e dire ancora l’indicibile.

Entrato nel campo, il giovane Primo si accorge subito che chi si isola e perde il desiderio di comunicare, seppur nella Babele linguistica rappresentata dall’universo del campo di concentramento, perde subito anche la speranza e la voglia di sopravvivere. Ma questo anche la giovane Anna l’aveva capito, già nella sua prigionia domestica, e la spontaneità delle sue parole, così cariche di fiducia nella vita e nell’umanità, rendono il suo diario la sua arma di resistenza.

Contrapponiamo, dunque, alle parole dell’offesa, le parole di vita di chi ha “guardato in faccia Medusa” senza rimanerne pietrificato e troviamo ancora, di fronte al garantismo che copre atti violenti, la vergogna che Levi, ne La tregua, definisce “quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa” .

A difesa nostra e di chi chiunque venga vigliaccamente colpito, nella vita o nella memoria, facciamo risuonare, sempre, le parole “diritte e chiaredelle vittime.

Riabitare i luoghi della Memoria

Tornando all’episodio da cui siamo partiti, il presidente Lotito si è fatto promotore di un’iniziativa in risposta a quanto avvenuto, proponendo cioè che una delegazione di duecento giovani visiti, ogni anno, il memoriale di Auschwitz “per metterli in condizione di capire di cosa stiamo parlando”. Si deve aprire, tuttavia, su questa proposta, una riflessione di portata più ampia.

Frequentemente i luoghi della Shoah sono meta di viaggi personali o d’istruzione, tanto che nel 2016 il regista ucraino Sergei Loznitsa ha dedicato al fenomeno del turismo della Memoria un lungometraggio dal titolo Austerlitz, in cui l’occhio dello spettatore coincide con quello della macchina da presa posizionata in alcuni luoghi del museo Sachsenhausen, dove passano ogni giorno molti visitatori dei quali viene ripreso il comportamento.

Lo spettatore sente così la voce delle guide che, in diverse lingue, raccontano l’orrore dei lager e vede la trasformazione del visitatore medio in turista che passa magari noncurante, magari incuriosito davanti ad una camera a gas, che diventa il macabro set per un selfie. Il regista mostra, senza giudicare, quanto avviene, ma è proprio la cronaca neutrale, il racconto quotidiano di quanto accade a creare un effetto di straniamento sullo spettatore che si rende conto di un processo sociale silenzioso in cui tra il fotografarsi sorridenti davanti alla Tour Eiffel e fotografarsi sorridenti davanti ad una camera a gas non sembra esserci, nella forma e nella sostanza, nessuna differenza.

Un'immagine del film Austerlitz via Loznitsa.com

Ancora più provocatorio è stato in questo senso l’atto di denuncia di questo tipo di dinamica sociale da parte dell’artista israeliano Shahak Shapira che ha creato Yolocaust (crasi dell’hashtag “YOLO”, acronimo di “You Only Live Once”, “si vive una volta sola”, fra i più utilizzati sui social network, e la parola Olocausto), un sito web in cui sono state pubblicate numerose fotografie scattate dai visitatori al Memoriale dell’Olocausto a Berlino, modificandole in seguito con dei fotomontaggi in modo da preservare il protagonista della fotografia che però viene circondato dalle immagini di morte originarie e si trova dunque circondato dai cadaveri scheletrici dei deportati.

In questo caso l’atto di accusa è esplicito e l’effetto di straniamento che si prova vedendo le fotografie ritoccate è molto intenso e rende inquietantemente grottesco l’atteggiamento superficialmente esibizionistico dei visitatori davanti ai luoghi della Memoria.

È fondamentale dibattere su questi temi, capire come coniugare la necessità di riabitare, nel senso etimologico di continuare ad avere familiarità, con quei luoghi di morte, senza che quella intimità si trasformi di nuovo in offesa, che prende la forma di selfie, di sfottò, di revisionismo o addirittura di negazionismo franco. Ho ancora negli occhi la ragazza che si fa fare, a pochi metri da me, una foto mentre salta, come su una spiaggia qualsiasi, davanti all’ingresso di Auschwitz.

Piotr Cywinski, l’attuale direttore del Museo di Auschwitz, ci spiega bene nel suo Non c’è mai una fine – Trasmettere la memoria di Auschwitz, la fatica e i continui dubbi che devono affrontare coloro che istituzionalmente dirigono e organizzano quei luoghi che appunto, per ciò che hanno rappresentato, sono l’antinomia della casa, essendo la meta finale a cui i deportati giungevano proprio dopo essere stati brutalmente strappati dalle proprie abitazioni e dai propri affetti. E si domanda Cywinski, chiedendocelo: “Cosa cerchiamo veramente fra i blocchi e le baracche, le torrette di guardia, il filo spinato, i crematori e le camere a gas?

Ecco, forse ora, ognuno di noi, guardando l’immagine violata di Anna Frank, dovrebbe provare a rispondere e tenere dentro di sé la convinzione che, finché un’offesa alla dignità altrui non griderà dentro di noi con urgenza, fino ad allora staremo ripetendo l’infamia.

Foto in anteprima via ladyscribes.blogspot.it

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