Freelance e precariato: e le case editrici?4 min


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Nei giorni scorsi su Valigia Blu abbiamo ospitato vari interventi sul tema del giornalismo freelance, partendo dal clamore - e perché no, dai dubbi - sollevato da Francesca Borri con l'articolo apparso sul sito della Columbia Journalism Review.

Vorrei estendere il dibattito alle case editrici; per farlo parlerò di un ebook da poco uscito, È questo il modo in cui finisce il libro. Giornalismo e industria libraria sono terreni contigui, persino sovrapposti, e questo non perché alcuni grandi gruppi abbiano interessi in entrambi i settori (come da noi Mondadori o Rcs). Notizie, inchieste e libri hanno un valore che sarebbe riduttivo misurare secondo le variabili del cosiddetto «mercato» o dei rapporti di produzione. Sarebbe folle pensare che un libro di Antonio Moresco valga quanto qualunque libro con lo stesso prezzo o costo di produzione; né sembra sensato considerare lo scoop sullo scandalo Nsa un bene di consumo. La cultura, nelle sue innumerevoli forme, non è merce: quando la si considera solo come tale, la si snatura.

Il settore editoriale si regge in modo impressionante sul precariato cognitivo, quella particolare forma di sfruttamento per cui, come già visto nel giornalismo, in Italia «freelance» è nella pratica un modo fico per dire «sfruttato», invece di un percorso professionale che garantisce dignità. Il precariato sistemico, mortificando le persone e dunque la qualità del lavoro, diminuisce il peso specifico di una casa editrice, che tradizionalmente «influisce direttamente sulla cultura di una società, ne condiziona il gusto, ne forgia l'intelligenza, ne forgia la memoria». Del resto, il modo di concepire e realizzare il lavoro è un valore culturale di per sé.

È questo il modo in cui finisce il libro
 è un «bilancio esistenziale» sul mondo dell'editoria, in cui l'autore lavora da molti anni. Vuole essere inoltre

un appello, affinché coloro che sono ugualmente insoddisfatti, i recalcitranti ad accettare il principio che così va il mondo, comincino a dire come - dal loro punto di vista - stanno davvero le cose, in che senso non funzionano, come potrebbero andare diversamente.

L'autore usa un alias - l'altisonante «Editor Dissidente» - e sceglie dunque l'anonimato per la propria testimonianza dall'interno. E qui si potrebbe fare una critica secondo il leit motiv: «occorre metterci la faccia, occorre fare nomi e cognomi!». Se non fosse che, secondo il ben noto adagio del dito e della luna, gli addetti chiamati in causa dalla luna spesso preferiscono interminabili dibattiti sul dito, soprattutto quando ci si può dividere in tifoserie. Ricordo ad esempio l'intervento di Chiara Di Domenico proprio su questi argomenti: allora le problematiche da lei sollevate vennero schiacciate sul frame Precaria Vs Figlia Di, quando forse il nome più significativo sul piano politico era quello di Isabella Viola, che di lavoro è morta.

L'anonimato scelto per questo ebook impone perciò di focalizzarsi sull'argomento o di ignorarlo, togliendo spazio alle scuse. Tanto più che Editor Dissidente evita di parlare, per sua stessa ammissione, degli aspetti di cui non ha sufficiente esperienza, come i premi letterari: dunque non usa l'anonimato come scusa per sparare a zero. Secondo lui il «nemico» della crisi editoriale va ricercato nell'atteggiamento abulico di fronte a ciò che si vede e che non va:

Non ci sono "nemici" facilmente identificabili in soggetti da combattere. Piuttosto ci sono tanti arresi, che hanno ceduto a una logica che pareva quella vincente, alla fine la sola e unica.

Ci si è arresi, in primo luogo, a una perdita di ruolo: il redattore, che occupa un ruolo fisico nell'ecosistema letterario, si è via via appiattito sulla funzione di editor, ingranaggio che deve girare senza alzar troppo lo sguardo dal compito assegnato; la sostituzione del termine è spia di un cambio di scenario. Passione, entusiasmo, competenze e creatività sono state schiacciate negli anni dal rullo del risultato a tutti i costi, imposto in genere da manager il cui compito è di guadagnare a prescindere dalle variabili. Ancora, dunque, la funzione ha sopravanzato il rapporto con il contesto:

Qui vige ormai il principio che il dipendente va umiliato, fatto sentire sostituibile, sostanzialmente inutile. Ogni impennata di ingegno va spianata sino a farla scomparire, ogni pensiero alternativo va ostracizzato.  C'è una sola regola, bisogna obbedirle, se non si vuol essere pian piano messi da parte e ridotti all'insignificanza. E ciascuno deve rispondere solo al superiore, non interagire con altri, donare idee gratuitamente e vedere i capi che se ne appropriano (se si dimostreranno buone) o le scaricano sul sottoposto (se si riveleranno cattive).

La frammentazione del lavoro, agevolata dalla tecnologia, invece di risolversi in una diversa organizzazione, magari più agile e flessibile, ha incentivato una verticalizzazione autoritaria, che si traduce in un strutture poco comunicative dove l'errore è scaricato verso il basso. E l'ansia da risultato investe anche il rapporto con gli autori, cui si richiede di essere «modelli di vita, guru da interpellare su ogni argomento, bestie da palcoscenico»; oppure sono scelti perché di richiamo, come nei classici libri da Vip che in copertina hanno nome e cognome più in vista. Aspetti che, insieme alle politiche di sconti e ribasso dei prezzi, incidono sulla percezione comune del valore del libro, che diventa sempre più un feticcio possibilmente economico che deve connetterci col nostro personaggio famoso preferito; il fatto che il personaggio in questione sia anche uno scrittore non è condizione indispensabile. Ci si è arresi a quell'astrazione chiamata «mercato» come se fosse «un'entità incarnata con gusti precisi e palesi, per chi li voglia vedere».

L'autore costruisce la propria testimonianza con «scintille di ragionamento», cercando un possibile innesco nel dibattito pubblico. È in effetti questa l'essenza di qualunque libro, un tendere la mano verso l'umanità secondo una visione o delle riflessioni, oppure per l'urgenza di un'idea. Per chi volesse approfondire ulteriormente l'argomento, consiglio anche Pazzi scatenati di Federico di Vita (che ho recensito qui), o il recente rapporto Editoriainvisibile.

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