I ‘fantastici cinque’ e le ‘meme elections’3 min


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La porta delle meme elections si è spalancata anche in Italia. Lo avevo ipotizzato il mese scorso, partendo da una bella riflessione di Nathan Jurgenson su The New Inquiry. Ora, con l'enorme successo in termini di diffusione del fotomontaggio sul sito del Pd sui 'fantastici cinque' (5,4 mila condivisioni su Facebook, 240 su Twitter per un totale di 76.600 letture), dalla teoria siamo passati alla prassi.

Gli spunti sono diversi, tutti ancora da approfondire. Il più importante, a mio avviso, è che - contrariamente a quanto suggeriva Jurgenson («Le campagne non possono pianificare i memi. Piuttosto, possono solo reagirvi») - i memi politici possono diventare 'virali' anche se incentivati 'dall'alto', e non unicamente se prodotti 'dal basso', secondo forme e modalità comunicative dettate dai soli utenti in rete.

Il caso dei 'fantastici cinque' sembra corroborare l'ipotesi: il fotomontaggio con i candidati alle primarie del centrosinistra nei panni dei supereroi Marvel è nato infatti da un'iniziativa della responsabile del sito del Pd, Tiziana Ragni. Che, come ha spiegato a Panorama, aveva l'obiettivo di «suscitare attenzione» sul dibattito che si sarebbe tenuto su SkyTg24 da lì a poche ore. Che l'abbia centrato o meno - alcuni hanno obiettato che il fotomontaggio avrebbe distratto la discussione dai contenuti, anche se a bocce ferme si può dire che non sono mancati - è degno di nota che a generare almeno venti reinterpretazioni satiriche (quante ne ho raccolte grazie al contributo di diversi utenti in rete) sia stato un meme creato non in un qualche forum di discussione (tipico, in questi casi, è 4chan), ma sul sito di un partito da una esponente di quel partito.

Resta da chiarire se Ragni avesse voluto deliberatamente generare quelle reinterpretazioni. Interpellata in proposito via Facebook, ha risposto scegliendo nuovamente la strada dell'ironia: «Avevo l'obiettivo di creare attenzione attorno a un appuntamento. Il resto devono averlo fatto i superpoteri 2.0». Segno che, forse, la scoperta del potere comunicativo dei memi 'dall'alto' in campagna elettorale è avvenuta più per caso che come frutto di una decisione cosciente. Ma ormai è qui e, come dicono gli anglosassoni, it's here to stay.

Ancora, segno che se dovessimo davvero finire coinvolti nelle meme elections, come già negli Stati Uniti per la rielezione di Obama, ciò non significherebbe ipso facto che a dettare l'agenda comunicativa sarebbero i soli utenti sui social media. E che anzi, i comunicatori dei partiti in gara potrebbero sfruttarne la propensione alla 'viralità' per creare attenzione intorno a temi ed eventi di loro interesse. Con l'aggiunta di risultare meno 'istituzionali', piacere ai tecnoentusiasti e sfruttare l'ondata di attenzione maniacale dei media tradizionali per qualunque battito d'ali sposti un refolo di vento sui social network. Il potenziale manipolativo insomma è alto, molto più alto rispetto al caso in cui i comunicatori potessero solamente andare a traino di quanto è già stato memificato dagli utenti in rete.

Altro fattore degno di nota è l'interpretazione che i media mainstream hanno dato dei 'fantastici cinque'. Sulle prime pagine dei giornali cartacei del giorno dopo, il fotomontaggio campeggiava su Libero, Pubblico e il Tempo. In tutti e tre i casi con connotati fortemente critici. Mario Giordano, sul quotidiano di Belpietro, ironizzando perfidamente ha profetizzato: «diventerà il simbolo di una stagione». E credo sia vero, ma non certo perché il centrosinistra sia passato da Gramsci a Silver Surfer, quanto per le ragioni che ho esposto.

Anche Repubblica, in un corsivo di Curzio Maltese, ha liquidato sbrigativamente l'immagine associandola a una «pena nel cuore». E perfino Matteo Renzi, che tra i candidati è di certo quello più programmaticamente vicino all'immaginario Marvel, ha parlato di «pagliacciata». De gustibus. Ma ciò che credo non si possa più ignorare è non tanto il peso di un fotomontaggio sull'esito di una competizione elettorale (che un elettore possa cambiare idea sulla base di un meme è tutto da dimostrare e, soprattutto, c'è da augurarsi non avvenga che in minima parte), quanto la facilità con cui partiti e movimenti politici possono manipolare l'attenzione degli utenti in rete. Proprio di quegli utenti che una certa vulgata (più o meno ipocritamente) ingenua vorrebbe geneticamente «informati» grazie a Internet. Del resto come afferma alla BBC Brad Kim, di Know Your Meme, le elezioni sono il momento perfetto per operazioni di questo tipo: «ci sono moltissime persone che guardano come aquile, in attesa che i candidati dicano qualcosa di particolarmente divertente». O che un qualche comunicatore ci provi per loro.

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