Giovani e lavoro: il futuro negato. Cosa possiamo fare21 min


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Gli ultimi casi un paio di mesi fa. A Reschigliano di Campodarsego, in provincia di Padova – più o meno dove si trova la Antonio Carraro, l’azienda produttrice di trattori che poco più di un anno fa aveva detto a Il Gazzettino di “non riuscire a trovare 70 dipendenti nonostante si offrisse un contratto di tutto rispetto”, salvo poi ricevere più di 5mila curriculum in pochi giorni dopo l’articolo pubblicato sul quotidiano veneto – Stefano Brigato, titolare di uno storico panificio insieme al cognato Guglielmo Peruzzo, aveva denunciato a Il Gazzettino di cercare un apprendista panettiere senza successo nonostante la proposta di un contratto regolare a tempo pieno a 1400 al mese. Il problema? Secondo Brigato, «sempre meno giovani sono disposti ad affrontare i faticosi orari tipici di questo lavoro. Preferiscono lo sballo e il divertimento anziché il sacrificio».

Sempre in quei giorni, sempre a Il Gazzettino, Mirco Beraldo, titolare dei Cantieri Nautici Beraldo a Ca’ Noghera a Venezia, raccontava le difficoltà di reclutamento di un fabbro, un meccanico e un geometra nonostante offrisse un contratto regolare, un buono stipendio e formazione interna in caso di candidati non professionalmente qualificati. «Non sappiamo più da che parte girarci», spiegava il titolare dell’azienda al Corriere del Veneto, che aveva ripreso la notizia. «Quando diciamo che si dovrà lavorare il sabato e la domenica, la maggior parte rinuncia. C’è chi mi ha detto che no, non poteva, perché lui nel fine settimana deve andare con la moglie al centro commerciale». Oppure, proseguiva Beraldo, c’è chi in sede di colloquio è interessato esclusivamente all’ammontare dello stipendio e al periodo di ferie.

Ancora una volta la retorica dei giovani schizzinosi che rifiutano offerte congrue di lavoro e non vogliono sacrificarsi diventava la chiave di lettura di un fenomeno più complesso finendo così con l’oscurare le criticità che queste storie sollevano da tutti i punti di vista, quello degli imprenditori e quello dei lavoratori, e che abbracciano più piani, economico, sociale, culturale esistenziale: la questione della formazione, il mancato incontro tra domanda e offerta, le condizioni di lavoro, il bilanciamento tra vita e lavoro, i canali e i criteri di reclutamento utilizzati e le forme di ingresso nel mercato del lavoro e, più in generale, il ruolo che come paese attribuiamo ai giovani all’interno della nostra società.

Come ha spiegato a Valigia Blu Alessandro Rosina, Professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all'Università Cattolica di Milano e coordinatore del “Rapporto giovani” che l'Istituto Toniolo pubblica dal 2012, “ancor più oggi che in passato le nuove generazioni vanno intese come il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se ben preparate e messe nelle condizioni adeguate sono la componente della società maggiormente in grado di mettere in relazione le proprie potenzialità con le opportunità delle trasformazioni in atto. Viceversa, i giovani rischiano di essere i primi a veder scadere le proprie prerogative, a trovarsi maggiormente esposti con le loro fragilità a vecchi e nuovi rischi”.

Abbiamo chiesto a diversi esperti, docenti universitari e giornalisti che da tempo si occupano di giovani e lavoro di ricostruire un quadro complessivo della questione, indicare le criticità e suggerire alcune possibili soluzioni.

Non è un paese per giovani

Secondo gli ultimi dati preliminari diffusi dall’Istat il 30 aprile sugli occupati e disoccupati in Italia, a marzo 2019 c’è stato un incremento una crescita del numero degli occupati e del tasso di occupazione, salito al 58,9% (che costituirebbe il punto più alto negli ultimi 10 anni) e a un calo di quello di disoccupazione, sceso al 10,2%. Nel dettaglio, ci sono stati 60mila occupati in più: 46mila persone (si tratta di personale con esperienza lavorativa), finora impiegate con contratti a termine, hanno visto stabilizzata la loro occupazione, 14mila sono lavoratori autonomi, vale a dire partite iva e collaboratori.

In questo quadro, spiega Claudio Tucci su Il Sole 24 Ore, c’è stato un leggero miglioramento anche per i giovani: il tasso di under 25 senza un impiego è sceso al 30,2%, il dato migliore da agosto 2011; nella fascia tra i 25 e 34 anni è salita un po’ l’occupazione, grazie probabilmente agli sgravi triennali per l’assunzione di under 35 (estesa da gennaio 2019 anche gli under 30) con contratti a tutele crescenti, previsti dalla Legge di Bilancio 2018 varata dal governo Gentiloni lo scorso anno.

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via Il Sole 24 Ore

Seppure in leggero miglioramento, la situazione del lavoro in Italia e, in particolare, dei giovani, resta critica, come emerge dalla comparazione con il più ampio quadro europeo. Secondo le rilevazioni di Eurostat, l’istituto di statistica Ue, sia in generale che per quanto riguarda gli under 35, il tasso di disoccupazione dell’Italia è inferiore solo a quello di Grecia e Spagna. Il tasso di disoccupazione giovanile (30,2%, come detto), è stato secondo solo a Grecia (39,7%) e Spagna (33,7%), quasi il 25% in più rispetto a Germania (5,6%), Repubblica Ceca (6,3%) e Paesi Bassi (6,4%).

Nel complesso, quindi, l’Italia continua a schiacciare le giovani generazioni. Nel 2018, la percentuale di occupati è tornata al livello di dieci anni fa, quando era iniziata la crisi economica. Tuttavia, rispetto al 2008, riporta Open Polis  – che ha analizzato i dati Istat – “i disoccupati sono aumentati di 2,8 punti percentuali, gli inattivi sono diminuiti del 2,7%, è aumentata la percentuale di occupati a rischio povertà, persone che, pur avendo un lavoro, guadagnano meno del 60% del reddito mediano nazionale, sono aumentati i lavoratori con contratti a termine, che vivono quindi in una condizione di maggiore instabilità rispetto al proprio posto di lavoro; è peggiorata la situazione lavorativa dei giovani, che registrano livelli di occupazione inferiori a quelli dei lavoratori anziani e c'è un'alta percentuale di neet, ragazzi che non studiano e non lavorano”.

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via Open Polis

In particolare, spiega lstat, la crescita occupazionale che c’è stata in Italia nel 2018 è stata  “a bassa intensità lavorativa” e ha riguardato lavori poco qualificati: cioè il numero delle persone occupate è aumentato tornando ai livelli del 2008, ma hanno lavorato meno ore, il 5,1% in meno rispetto a dieci anni fa, e rispetto agli altri paesi Ue, si trova difficilmente occupazione nei settori della sanità, dell’istruzione e della pubblica amministrazione. Questo si traduce in una crescita del fenomeno degli occupati – 5 milioni 569 mila, il 24,2% del totale – che hanno un’istruzione superiore rispetto al lavoro che svolgono e che porta spesso i più giovani a cercare lavoro all’estero.

Secondo quanto rilevato dal bollettino Excelsior, a cura di Anpal e Unioncamere, il 31% delle aziende non è riuscita a soddisfare una richiesta di 1,2 milioni di contratti per figure tecniche, scientifiche e ingegneristiche, programmati nei primi tre mesi del 2019.

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via Il Sole 24 Ore

Andando a leggere nel dettaglio i dati del rapporto Excelsior, si scopre come gran parte della richiesta di questi contratti riguardasse figure poco qualificate. Sugli oltre 441mila contratti che si prevedeva di attivare lo scorso gennaio, solo il 2% riguardava figure altamente specializzate. Quasi una posizione su quattro riguardava addetti alle pulizie, alle vendite, alla ristorazione. “La domanda di tecnici non è, insomma, stringente come dovrebbe trasparire dagli annunci”, commentava su Il Sole 24 Ore Alberto Magnani.

Inoltre, secondo l’indagine di Eurostat pubblicata all'inizio di aprile, l’Italia è il paese con il più alto numero di Neet (persone "Not in education, employment or training", cioè non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) all’interno dell’Ue. Nel 2017, il 29,5% dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni non studiava, non lavorava e non cercava lavoro.

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via Eurostat

Le cause di un futuro negato

La genesi di questa situazione va ricercata nelle riforme che si sono susseguite dalla seconda metà degli anni Novanta in poi che, più che mirare a migliorare la condizione delle nuove generazioni nel mondo produttivo, hanno puntato soprattutto a consentire alle imprese di offrire contratti al massimo ribasso e con facile disimpegno verso i neo assunti, spiegano la sociologa Chiara Saraceno e il demografo Alessandro Rosina a Valigia Blu: «Invece che creare crescita e sviluppo, miglioramento di prodotti e servizi attraverso il capitale umano e la capacità di innovazione delle nuove generazioni, le aziende sono state incentivate a resistere sul mercato tenendo basso il costo del lavoro e sfruttando il più possibile i nuovi entranti. Si è preferito così prendere il giovane disposto a farsi pagare di meno che quello con potenzialità su cui investire per migliorare produttività e competitività dell’azienda».

In questo modo – prosegue il docente di demografia, autore del recente libro dal titolo "Il futuro non invecchia" – è stato favorito un sistema che si è avvitato verso il basso, producendo allo stesso tempo scarse opportunità per i giovani, poca crescita e crescenti diseguaglianze sociali e generazionali: «Il fatto di detenere il record in Europa della percentuale di giovani che vorrebbero lavorare ma non trovano occupazione ne è la conferma. La crisi economica ha poi peggiorato questa situazione».

«Con la crisi e la crescente competizione sui bassi salari dei paesi emergenti – aggiunge Chiara Saraceno – questa soluzione ha mostrato tutta la sua fragilità. E a pagarne il costo sono stati appunto soprattutto coloro che stavano per entrare nel mercato del lavoro, i giovani, tanto più se a bassa istruzione o con qualifiche non spendibili su un mercato del lavoro insieme asfittico e in via di trasformazione».

Il problema è a monte e riguarda il ruolo che il nostro paese vuole dare ai giovani. Oggi più che in passato – ha commentato sempre Rosina in un panel dal titolo “Giovani e lavoro: il futuro negato” nel corso dell’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia – attraverso le nuove generazioni le società sperimentano le innovazioni di un mondo in costante trasformazione e «l’Italia è un paese che non ha ancora deciso cosa vuole essere nel XXI secolo». In funzione delle grandi trasformazioni di questo secolo e di quello che il paese può fare di positivo e migliore anche rispetto agli altri paesi in questo secolo, l’Italia dovrebbe decidere in che settori e attraverso quali strumenti svilupparsi. In questa cornice, le nuove generazioni dovrebbero essere la risorsa principale per realizzare i propri obiettivi nei prossimi 10 o 20 anni, invece, prosegue Rosina, il paese naviga a vista, le aziende navigano a vista e i giovani si adattano alla situazione che trovano.

Per capire di quanta scarsa considerazione goda la questione del lavoro giovanile nel nostro paese e per quale motivo l’ingresso per i giovani nel mondo del lavoro e in una condizione di piena autonomia è particolarmente tortuoso, basti pensare che in Italia manca un’indagine specifica da parte dell’Istat che produca in maniera solida e continuativa informazioni sulle nuove generazioni. Oppure, spiega ancora Rosina, alla presenza (tra i pochi casi in Europa) di soglie anagrafiche per votare e candidarsi sia al Parlamento europeo che al Senato, o alla carenza di politiche attive: «È come se noi i giovani li considerassimo cittadini di serie B. Solo gli over 40 possono dire la parola definitiva su come il paese si regola e si gestisce».

Oltre che economica e di politiche del lavoro, la questione ha anche una dimensione esistenziale, culturale e sociale: cominciare a considerare i giovani «un soggetto collettivo su cui investire collettivamente per produrre sviluppo e crescita, come avviene negli altri paesi europei, e non come figli da proteggere, un bene privato dei genitori da proteggere», e metterli nelle condizioni di poter costruire un proprio progetto di vita perché «l’obiettivo di un paese dovrebbe essere quello di mettere i cittadini nelle condizioni di progettare il proprio futuro per realizzare pienamente i propri obiettivi di vita. Se il contesto non ti aiuta, come fai oggi a prenderti degli impegni per costruirlo?».

Per potersi costruire un proprio percorso di vita – aggiunge il professore di demografia – ci vuole una mappa che dia delle coordinate per potersi orientare. Se quelle che trasmettono le generazioni precedenti sono false e sbagliate perché obsolete, ci si perde subito: «Non basta trasferirti una mappa costruita a scuola o che ti passano i tuoi genitori, devi avere un sistema di orientamento che tu possa aggiornare continuamente e adattare in funzione di come il mondo cambia, dei desideri di ciascuno e degli obiettivi di vita».

E da questo punto di vista proprio i più giovani sembrano avere le idee più chiare rispetto alle generazioni precedenti. Nell’ultimo studio sulle giovani generazioni pubblicato dall’Istituto Toniolo, la generazione Z (cioè quella che viene dopo i cosiddetti millennials e che comprende i nati tra il 1995 e il 2012) ha indicato come priorità per trovare lavoro nell’ordine: la capacità di adattarsi, l’acquisizione di competenze avanzate digitali, un titolo di studio. Queste risposte, spiega Rosina, ci dicono che i giovani hanno capito che viviamo in un mondo che cambia continuamente, che un titolo di studio è importante per trovare un lavoro ma che non basta e c’è bisogno di formarsi continuamente, di aggiornarsi, di rimettersi in discussione ed essere intraprendenti.

Un sistema fondamentalmente gerontocratico

Agli aspetti più generali indicati da Rosina e Saraceno, ci sono quelli più strettamente connessi al mondo del lavoro. Innanzitutto, c’è una questione culturale: i contesti professionali sono fondamentalmente gerontocratici, dice a Valigia Blu Eleonora Voltolina, fondatrice del sito La Repubblica degli Stagisti. Tre esempi su tutti: «la retorica della “gavetta”, per cui chi comincia a lavorare deve essere pronto ad affrontare condizioni difficili – se non misere – e sopportare in silenzio sgarbi, angherie, magari addirittura a lavorare gratis; la retorica dell'“attendere il proprio turno”, che si verifica specialmente per posizioni di rilievo, potere, prestigio; infine, la logica degli “scatti di anzianità”, un sistema codificato che associa all'età anagrafica (e agli anni di servizio) le promozioni e gli aumenti di stipendio, con una refrattarietà fortissima al cambiamento».

Tutto questo – aggiunge la sociologa Chiara Saraceno – «fa sì che salari e condizioni di lavoro per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro siano troppo bassi per essere appetibili per cui chi può aspetta, sperando di trovare opportunità migliori, oppure emigra».

In un contesto in cui le retribuzioni lorde orarie sono al di sotto della media europea (in Italia 19,92 euro l’ora, nei paesi Ue tra i 20 e i 25 euro, con i picchi di Germania, oltre i 25 euro, e Danimarca, oltre i 35 euro l’ora), nel nostro paese lo stipendio raggiunge il suo apice dopo i 50 anni e non nella fase di picco produttivo (usualmente tra i 30 e i 40 anni). Come faceva notare Alberto Magnani lo scorso ottobre su Il Sole 24 Ore, “i dipendenti under 35 hanno guadagnato in media 4mila euro in meno l’anno rispetto al salario generale, mentre la media retributiva si attesta al -21% rispetto agli standard dei colleghi di altre fasce anagrafiche”.

L’uso distorto di apprendistato, tirocini e servizio civile

Altra questione critica è costituita dai canali d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Spesso – sottolinea a Valigia Blu Michele Tiraboschi, Professore ordinario di diritto del lavoro e direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati Marco Biagi all'Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore del comitato scientifico di Bollettino ADAPT – tirocini extracurriculari, apprendistato, contratto formativo sono utilizzati non tanto a fini formativi e orientativi, per come sono stati pensati, ma per abbattere il costo del lavoro.

«In Italia – spiega Tiraboschi – sul totale degli apprendisti, il 97% ha un contratto d’apprendistato professionalizzante, dove la formazione è erogata nella sua quasi totalità in azienda e in quantità ridotte, mentre l’apprendistato “duale” (ndr, un modello di alternanza scuola-lavoro, avviato nel 1969 in Germania, che permette ai giovani di intraprendere dai 16 anni in poi un percorso professionalizzante di formazione sia teorica che pratica, con una divisone equa fra ore sui banchi e tirocini in azienda e che ha contribuito ad abbassare la disoccupazione giovanile tedesca a minimi del 6,2%) e autenticamente formativo (cioè di primo e terzo livello, finalizzato rispettivamente al conseguimento di un titolo di studi secondario superiore o terziario) arriva a malapena al 3%. La retribuzione inferiore dovrebbe essere giustificata dalla qualità formativa del percorso, quando questa è assente allora siamo in presenza di un mero tentativo di abbattere il costo del lavoro». 

In particolare, il servizio civile sta diventando sempre di più il canale utilizzato dai giovani come canale di ingresso nel mercato del lavoro. In tre anni, riporta La Stampa, “il loro numero è più che triplicato: erano 15mila nel 2014, sono quasi 50mila nel 2017”.

Se per l'estero (dove i posti sono anche numericamente molti di meno di quelli in Italia, circa 700 ogni anno), si tratta di una scelta spesso in linea con il proprio percorso formativo e in vista di un futuro impegno lavorativo (secondo gli ultimi dati ufficiali a disposizione il 58,1% ha una laurea specialistica), per i progetti in Italia, il servizio civile è un'opzione complementare o alternativa agli studi, motivata da una volontà di partecipazione attiva e di senso civico ma anche da un'assenza di opportunità lavorative concrete, spiega a Valigia Blu Francesco Spagnolo (che si occupa strettamente del tema sia come formatore alla Caritas sia come curatore di Esseciblog.it, il primo blog dedicato al settore). In altre parole, per quanto non possa essere considerato una forma di politica attiva per il lavoro, per molti giovani il servizio civile assume questo valore.

Secondo un'indagine dell’INAPP (ex ISFOL) del marzo 2017, su un campione di 1000 intervistati (tra i 4251 giovani che hanno svolto il servizio civile nel 2015 tramite il programma europeo “Garanzia Giovani”, destinato ai NEET), a 6 mesi dalla fine del servizio, un ragazzo su tre risultava occupato (33,5%): tra questi, il 22,5% aveva trovato lavoro attraverso gli enti dove aveva prestato servizio".

Il servizio civile si era rivelato come il secondo canale di occupazione in assoluto più efficace, subito dopo il passaparola. Inoltre, il 93,2% degli intervistati aveva dichiarato di essersi attivato nella ricerca di un lavoro, con esiti positivi in un terzo dei casi.

«Il servizio civile è una bellissima opportunità per avvicinarsi al terzo settore e al mondo del volontariato, per dare qualcosa alla comunità. Non è qualcosa che va confuso con il lavoro, anche se ovviamente offre un “training on the job”», commenta Eleonora Voltolina a Valigia Blu. Tuttavia, «sarebbe ipocrita negare che, in una situazione di penuria di opportunità lavorative, molti giovani abbiano guardato negli ultimi anni e guardino ancora al servizio civile come a una opportunità per avere qualcosa da fare per un certo periodo, e ricevere qualche soldo. L'indennità del servizio civile non è alta, 434 euro al mese più o meno, ma è pur sempre meglio di niente». I giovani dovrebbero, però, prosegue la giornalista, «avere chiara la differenza tra lavoro e volontariato» e sapere «che la probabilità di essere assunti, alla fine, nell'organizzazione presso cui hanno svolto l'esperienza di servizio civile sono molto scarse».

Non bisognerebbe perdere di vista, aggiunge Alessandro Rosina, il valore molto più ampio del servizio civile che «aiuta a sviluppare una visione critica ma costruttiva della realtà in mutamento, a esercitare in essa un proprio protagonismo positivo, con intraprendenza, autonomia e responsabilità». Da questo punto di vista, il servizio civile costituisce per i più giovani un momento formativo comunque importante per evitare quella distorsione che, spiega Chiara Saraceno, ha contribuito, «anche grazie a come è stato impropriamente, utilizzato all'interno dell'iniziativa Garanzia Giovani, a creare una grande confusione tra servizio civile come “prestazione di cittadinanza” e anticamera o sostituzione di un lavoro che manca».

La formazione e il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro

Infine, c’è la questione della formazione e del cosiddetto mismatch tra domanda e offerta di lavoro, sottolineata da tutti gli esperti che abbiamo contattato.

Oggi, in Italia, commenta a Valigia Blu Michele Tiraboschi, coordinatore scientifico di Bollettino ADAPT, scuola e lavoro parlano lingue diverse: «Avere sistemi formativi autoreferenziali genera il rischio di un completo disallineamento tra ciò che si impara e ciò che è richiesto dal mondo del lavoro, e questo è un fenomeno che indubbiamente limita e rende complicato l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro».

L’incapacità di dialogo tra sistemi formativi e imprese, proseguo lo studioso, è uno dei limiti del mercato del lavoro italiano. «Nei primi anni 2000, con la riforma del mercato del lavoro e della scuola, si era lavorato con l’obiettivo di favorire, tra le altre cose, questa integrazione tra scuola e lavoro, ma l’impegno rimase sulla carta, data la mancata collaborazione di tanti attori pubblici, sociali e locali».

Il risultato è che «i giovani italiani entrano in contatto per la prima volta con il mondo del lavoro più tardi rispetto ai loro coetanei di altri paesi europei, e spesso dotati di competenze non richieste dalle imprese».

Come mostra l’ultimo rapporto del Ministero del Lavoro “Il mercato del lavoro 2018. Verso una lettura integrata”, il 50% dei lavoratori italiani è sotto o sovra-qualificato, fa cioè un lavoro non corrispondente al proprio titoli di studi, perché la sua occupazione richiede competenze che non ha, oppure richiede meno competenze rispetto a quelle che ha acquisito nel suo percorso di studi.

I dati del Ministero del Lavoro ricalcano quelli forniti da uno studio dell’Ocse di ottobre 2018, secondo il quale, in Italia il 40% dei lavoratori è sovra (il 19%) o sotto-qualificato (20%) per l’impiego che sta svolgendo. In particolare oltre il 50% dei laureati nelle arti e scienze umane, nelle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), in agricoltura, pesca e veterinaria lavorano in un ambito diverso dal settore in cui si sono specializzati. Particolare la condizione degli ingegneri, la cui media di laureati annui è superiore quasi 6 volte al numero di quelli richiesti nel mercato del lavoro.

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via OCSE

Il mismatch tra richieste del mercato del lavoro e competenze offerte dalle nuove generazioni è causato, secondo la docente di sociologia dei processi economici e del lavoro alla Bicocca di Milano, Giovanna Fullin, dalla presenza in Italia di una struttura produttiva e una domanda di lavoro poco qualificata, a fronte di un'offerta di lavoro molto qualificata. «È questo il vero mismatch», spiega la professoressa a Il Sole 24 Ore.

Il tessuto economico italiano – dichiara sempre al quotidiano economico Fabio Manca, economista dell’OCSE – è dominato da imprese medie, piccole e micro [ndr, secondo i dati Istat, nel 2016 il 95% delle imprese presenti in Italia (in totale quasi 4,4 milioni) aveva un numero di dipendenti inferiore a 10], che chiedono fondamentalmente figure «con competenze tecniche, ma non necessariamente elevate come quelle di una laurea» e investono pochissimo in ricerca e sviluppo. A questo poi si aggiunge lo scarso assorbimento di giovani iperformati da parte anche della pubblica amministrazione, a differenza di quanto accade in altri paesi.

“Altro che choosy”

In questo contesto così tortuoso e labirinto, la retorica del “lavoro c’è ma i giovani lo rifiutano perché non vogliono sacrificarsi” inevitabilmente finisce con lo sciogliersi come neve al sole.

«I giovani cercano lavoro attivamente e mettono in campo tutta una serie di microstrategie per muoversi nello spazio ristretto che viene loro offerto dal mondo del lavoro e dalla società civile. Vogliono lavorare, ma hanno l'aspettativa di un lavoro di buona qualità e possibilmente stabile. alcuni pero' sono scoraggiati, dopo aver affrontato una serie di esperienze negative», spiega a Valigia Blu Sonia Bertolini, Professoressa associata di Sociologia del Lavoro all’università di Torino e autrice del libro “Italia: Giovani senza futuro?”, edito da Carocci.

Dalle oltre 400 interviste fatte a persone tra i 18 e i 34 anni di 9 paesi europei, raccolte nel libro, emerge come i giovani individuino in un lavoro stabile e un reddito sicuro la chiave per la propria autonomia economica e abitativa e per poter progettare una propria vita autonoma, ma il contesto istituzionale nel quale si trovano non permette loro di capire quando e come raggiungere tali obiettivi. E così, aggiunge Bertolini, «l’uscita dalla famiglia di origine allora in molti casi non è solo più posticipata, come emergeva da precedenti ricerche in Italia, ma è spostata molto in avanti ed è più “sognata” che progettata».

In condizioni di elevata incertezza i giovani mettono in atto meccanismi di «sospensione della decisione non solo rispetto a quelle che riguardano le transizioni alla vita adulta, ma anche per scelte nel breve periodo, in cui diventano problematiche le decisioni da prendere autonomamente».

È questo il caso, ad esempio, di Costantino [ndr, nome di fantasia], una delle tante storie raccolte nel libro curato dalla professoressa Bertolini. Ventisei anni, laurea triennale, single, nato a Catania dove vive, Costantino ha iniziato a lavorare subito dopo la scuola superiore per potersi rendere indipendente dalla famiglia. Si è iscritto all’università, svolgendo durante gli studi diversi lavori brevi e occasionali, e ha conseguito la laurea di primo livello in informatica. Verso la fine del suo percorso universitario ha svolto un tirocinio formativo nell’ambito del Programma Garanzia Giovani presso un’azienda in cui, appena laureato, ha iniziato a lavorare. Dopo due mesi, Costantino decide di interrompere il tirocinio ("Mi ha dato fastidio (accennando un sorriso) prima di tutto lo stipendio, perché sono davvero, davvero bassi, si parla di quattrocento euro se si esegue un lavoro full-time. Dopodiché tutta la trafila burocratica") e accetta l’offerta di un’altra azienda, dove aveva già lavorato in passato, che gli garantiva un contratto a tempo determinato e "un minimo di rispetto, comodità e agiatezza", nonostante non si tratti del lavoro che aveva sognato di fare. Con il contratto in scadenza, Costantino sta facendo altri colloqui e cercando un impiego più vicino alla sua formazione, anche lontano da Catania, dove continua a vivere con i genitori: "Ho fatto diversi colloqui con alcune aziende; uno devo dire che è andato abbastanza bene, anche perché mi hanno richiamato, solo che le condizioni diciamo che non sono entusiastiche (…) praticamente rischio di andarci sotto con le spese, perché si parlerebbe, essendo tirocinio, di cinquecento al mese, ma un affitto al nord Italia più spese di mantenimento credo che andrei a sforare decisamente".

Si tratta, prosegue Bertolini, di una condizione generalizzata e particolarmente preoccupante che «richiama la necessità per le politiche e le istituzioni di disegnare attorno ai giovani un supporto che permetta loro di sperimentarsi maggiormente, anche oltre i limiti dei confini familiari e nel mercato del lavoro».

Le soluzioni? Investire in orientamento al lavoro, formazione e ricerca e sviluppo

Cosa fare per rendere l’Italia e il mercato del lavoro a misura di giovani? Gli esperti da noi sentiti hanno individuato principalmente nei supporti di politica attiva e nell’investimento in ricerca e sviluppo e in formazione le strade da percorrere nell’immediato.

Innanzitutto, l’Italia è chiamata a un’inversione culturale che porti a pensare alle nuove riforme da adottare. Oggi, spiega Alessandro Rosina, abbiamo un mercato del lavoro frammentato, labirintico, flessibile senza strumenti che tutelino e accompagnino: il nostro è dunque un sistema che premia di più chi si ferma inattivo che chi rischia e cambia. È preferibile rimanere fermi che provare a cambiare. Invece, «chi ha sbagliato deve trovarsi meglio di chi non ha provato perché sbagliare ti fa conoscere meglio te stesso sulla realtà in cui operi».

E il primo intervento da fare è pianificare politiche attive di tutela e supporto, a partire dall’orientamento. Attualmente, l’Italia spende meno di 200 milioni di euro in «supporto all’impiego», contro i 5 miliardi abbondanti investiti dalla Germania nel solo training e oltre 11 miliardi indirizzati ai servizi per l’impiego. «Se il paese non aiuta le nuove generazioni a formarsi un sistema di orientamento delle coordinate all’interno delle quali aggiornarsi e quindi a creare un sistema mobile che adatti la propria visione del mondo alle trasformazioni in corso, difficilmente un giovane riuscirà a immaginarsi in senso dinamico e a costruire un proprio percorso di vita», aggiunge il professore di Demografia.

I giovani, invece, sottolinea Eleonora Voltolina (Repubblica degli Stagisti) «non ricevono abbastanza informazioni su come funziona il mercato del lavoro, su quali sono le competenze più richieste dal tessuto produttivo e dunque nei momenti-chiave di scelta: a 14 anni quando si decide a che scuola superiore iscriversi e a 19 anni quando si decide se cercare lavoro o andare all'università (e in questo secondo caso, cosa studiare all'università) i giovani sono lasciati soli».

Oltre a preparare bene i giovani – prosegue Rosina – diventa sempre più importante il ruolo di sistemi esperti di orientamento e di sostegno alla riqualificazione in grado di accompagnare, soprattutto nelle fasi di passaggio (come quello dalla scuola al lavoro), il rientro dopo una fase di interruzione (per motivi formativi o familiari), la ricollocazione dopo un episodio di disoccupazione, la mobilità tra diversi lavori, ma anche la mobilità di carriera o l’avvio di una propria attività: «Quello di gestire (con strumenti e approccio adeguato) le fasi di passaggio è uno degli elementi chiave per costruire una lunga vita attiva di successo in un paese orientato positivamente verso il proprio futuro».

Inoltre, evidenziano Chiara Saraceno e Michele Tiraboschi, occorrerebbe investire in formazione, ricerca e sviluppo. Tiraboschi suggerisce di ripensare l’istruzione secondaria superiore e universitaria e incentivare una formazione dedicata alle aziende in modo tale da favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, dando loro prospettive concrete di carriera, e aiutare le imprese a individuare i profili professionali di cui hanno bisogno.

«Oltre che in formazione, anche continua, occorrerebbe che le imprese investano in ricerca e innovazione e riconoscano il valore delle competenze», suggerisce la professoressa Chiara Saraceno. «Le imprese, invece che pretendere che la scuola formi persone con le precise qualifiche che servono loro, salvo non preoccuparsi del loro destino se e quando queste diventano obsolete o i lavoratori ridondanti, dovrebbero da un lato collaborare con le scuole, sfruttando l'alternanza scuola-lavoro, offrendo laboratori, tirocini, stage, dall'altra pensare alla formazione all'ingresso e poi nel  corso della vita lavorativa come una loro specifica attività. Tenendo sempre presente che nel mercato del lavoro presente e futuro quasi mai basterà saper fare bene una cosa, avere un mestiere specifico. Sarà invece necessario essere duttili, avere le capacità, e le conoscenze di base, necessarie per apprendere cose nuove».

A tal proposito, nella sua intervista a Il Sole 24 Ore, l’economista dell’OCSE, Fabio Manca aveva citato l’esperimento italiano dell’alternanza scuola-lavoro, voluta dall’allora governo Renzi con la legge 107 del 2015 e consistente nel far svolgere un certo numero di ore in azienda agli studenti di licei (200 ore) e, soprattutto, istituti tecnici e professionali, come esempio che aveva dato qualche risultato (secondo dati Almalaurea erano aumenta del 40,6% le chance di impiego) ma aveva mostrato fragilità applicative: «In Italia il rapporto scuola-lavoro non esiste, e quando esiste è conflittuale. La Buona scuola (la riforma che ha istituito il meccanismo dell’alternanza scuola-lavoro, ndr) aveva qualche buona intuizione, ma come spesso succede l’attuazione ha lasciato a desiderare».

Per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta, Alessandro Rosina suggerisce di agire su tre punti chiave della transizione scuola lavoro: formazione; risolvere l’inefficienza dei canali di reclutamento, troppo spesso informali e fondati su conoscenze e segnalazione, e non sistemici e fondati su buona formazione e sull’incontro di competenze acquisite e richieste; rendere più efficaci ed efficienti le interazioni tra piccole e medie imprese e scuole e servizi per l’impiego in modo da potenziare sul territorio la formazione di competenze utili nei prossimi 5 e 10 anni.

Foto in anteprima via Donna Moderna

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