Il giornalista che usa i social per denunciare le violenze della polizia contro i gilet gialli10 min


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di Filippo Ortona (sui social "Filippesi Lanzardo")

(Avvertenza: alcune delle immagini contenute nelle pagine a cui rimandano i link qui citati, possono urtare la sensibilità del lettore)

Secondo il dizionario inglese Merriam-Webster, una tweetstorm (“tempesta di tweet”) può definirsi come un “turbinìo di attività su Twitter a proposito di un tema particolare, spesso consolidato da un unico hashtag”.

Quella scatenata da David Dufresne è probabilmente la più incredibile tempesta nel suo genere, ma non sono gli hashtag a unificare il messaggio dei suoi tweet, bensì la menzione costante di una piazza parigina, place Beauvau, dove ha sede il ministero degli Interni francese, la cui handle su Twitter è per l’appunto @Place_Beauvau.

Il tweet “numero 1” dal profilo di Dufresne, in cui viene ritwittato un video di una manifestazione dei gilet gialli a Bordeaux. “CRS (polizia antisommossa francese, nda) spara alla testa di una liceale a Bordeaux.” Attenzione, immagini forti.)

Dufresne è un giornalista (Libération, Mediapart), documentarista (France2, Arte) ed esperto del maintien de l’ordre in Francia (la dottrina relativa alla gestione dell’ordine pubblico). Sin dall’inizio del movimento dei gilet gialli, lo scorso novembre, ha censito sul suo profilo i feriti gravi e gli incidenti provocati dall’utilizzo di flashballs e granate di dispersione, armi in teoria non letali in dotazione alla polizia antisommossa francese impegnata nelle manifestazioni dei gilet gialli.

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Secondo numerosi osservatori e associazioni, tra le quali Amnesty International, questi congegni sono in realtà molto pericolosi, in particolare in contesti come quelli delle manifestazioni di piazza. Sebbene i media francesi ne parlassero molto raramente fino a oggi, flashballs e granate hanno prodotto centinaia tra amputazioni, perdite di occhi, mascelle spaccate e lesioni gravi nel corso degli anni. C'è chi ci ha anche rimesso la vita, come Remi Fraisse, giovane ecologista morto a causa di una di queste granate nel 2014. Già nel 2013 il défenseur des droits francese, sorta di difensore civico istituzionale, ne sconsigliava l’utilizzo nelle operazioni antisommossa.

A ragion veduta, si direbbe, visto che a due mesi dall’inizio del movimento dei gilet gialli, si contano ormai quattro persone con una mano amputata, almeno 17 (ma forse di più) manifestanti o passanti che hanno perso un occhio, 159 feriti alla testa e 138 in altre parti del corpo. Tra le vittime, vi sono anche 39 giornalisti e 25 minori. Varie decine hanno avuto la mascella fracassata e in migliaia hanno subito lesioni di vario tipo. Numeri recensiti da David Dufresne e da Mediapart, in questa infografica in costante aggiornamento.

I post di Dufresne sono strutturati tutti nello stesso modo: “Allo, Place Beauveau? È per una segnalazione”. Segue la segnalazione dell’uso improprio delle armi da parte della polizia, il luogo, la data, il contesto, e la prova video/foto.

“‘Ferita dovuta a una flashball o a una granata di dispersione: inchiesta in corso.’ 32 punti di sutura di cui 12 sottocutanei. Parigi, museo d’Orsay, 16h10, AttoVIII. Fonte: mail.”

“William, #LBD40 (il modello di fucile che lancia le flashballs, nda), tiratore a meno di 10 metri. Poliziotto della BAC (brigata anti criminalità, nda), secondo fonti dell’ispettorato nazionale. Atto IX, Parigi. Arcata sopracciliare fratturata, asportazione della carne fino all’osso sopra al sopracciglio, occhio risparmiato. Fonte: madre della vittima, mail”.

Come ha dichiarato lui stesso, ogni segnalazione si basa su prove documentali, “ovvero foto, video, certificati medici, verbali di polizia.” Materiale quindi verificabile da Dufresne stesso, che posta su Twitter dopo averne comprovato l’autenticità. Sono tutti elementi che riceve dagli utenti dei social, dai manifestanti e spesso dagli stessi feriti.

“Uomo, 51 anni. Colpito da un lancio di flashball nell’inguine, a una distanza di una decina di metri al massimo. Atto 3, Parigi. Fonte: mail.” Allegata al tweet, la mail della persona che ha segnalato l’episodio a Dufresne, in cui descrive brevemente il contesto in cui si trovava al momento dei fatti. La foto della ferita, specifica l’utente in questione, è stata scattata due giorni dopo l’incidente.

Dufresne ha recensito in questo modo più di 300 casi di abuso di potere da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, e il suo profilo è ormai divenuto un punto di riferimento anche per i giornalisti. Dall’inizio di gennaio, è ospite nei programmi televisivi, le radio più seguite lo vogliono a tutti i dibattiti, i grandi giornali gli dedicano ampi ritratti. Anche il New York Times lo ha citato in un pezzo sulla violenta repressione delle manifestazioni, ed è stato addirittura invitato dal talk show più seguito del paese, Balance ton post, una delle più popolari trasmissioni trash della TV francese.

“La trasmissione Balance Ton Post mi propone di andare a dibattere domani venerdì. Ci vado? Non ci vado? Qual è il vostro parere?” Come si evince dal sondaggio, alla fine non ci è andato.

Il fatto che un giornalista come Dufresne venga portato in palmo di mano dagli editorialisti più importanti del paese rappresenta un capovolgimento retorico piuttosto spettacolare, se si pensa a come i media avevano trattato fino a oggi il problema. Ancora fino a un mese fa, la redazione di Libération, rispondendo a un lettore che chiedeva come mai un recente rapporto di Amnesty International molto critico verso l’utilizzo delle flashballs nelle manifestazioni dei gilet gialli non fosse stato ripreso dai giornali, ha ammesso che “questo rapporto… è stato effettivamente molto poco citato dai media […] Non possiamo rispondere […] della scelta editoriale dell’insieme delle redazioni [francesi]”.

Dire che i rischi correlati all’utilizzo delle armi “non letali” fossero ignorati dalla stampa è un eufemismo. Quando è esploso la scorsa estate lo scandalo legato ad Alexandre Benalla, sorta di ambigua guardia del corpo molto vicino al presidente della Repubblica, ripreso a malmenare degli studenti durante la manifestazione dello scorso primo maggio a Parigi, nessuno rimase stupito dalla violenza delle forze dell’ordine, che pure avevano fatto ampio ricorso a flashballs e granate anti-sommossa.

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Lo scandalo, all’epoca, cioè appena qualche mese fa, era che tale violenza venisse esercitata senza autorizzazione, in via del tutto ufficiosa, da parte del bodyguard di Macron – non che venissero utilizzate armi ritenute estremamente pericolose da decine di organizzazioni ed esperti.

Il punto è che in quel momento, come ha fatto notare Usul, un editorialista di Mediapart, “c’era un contesto […], qualche eccesso da parte dei manifestanti che giustificavano gli eccessi delle forze dell’ordine. La violenza della polizia era un non-tema, un soggetto molto meno interessante [per i media] rispetto alla violenza dei casseurs”.

La situazione si è ormai ribaltata, e questo anche grazie all’attivismo di Dufresne e altri come lui: la redazione di Le Monde, giornale politicamente moderato e vicino alle posizioni liberali del presidente in carica, in un editoriale del 25 gennaio scorso ha scritto che il ministro degli Interni “dovrebbe accettare un’inchiesta trasparente e circostanziata sul numero dei feriti gravi a causa delle flashballs”. TF1, il canale televisivo privato più seguito del paese, nel corso di uno dei programmi più visti del palinsesto (Le Quotidien), ha mandato in onda vari servizi che mettono sotto accusa non solo l’operato della polizia, ma addirittura le dichiarazioni del ministero degli Interni. Una famosa giornalista di Europe1, una delle radio commerciali più ascoltate in Francia, ha aperto un seguitissimo talk-show dicendo che “bisogna seriamente interrogarsi” sull’utilizzo delle flashballs e delle granate anti-sommossa. Benjamin Griveaux, portavoce del governo e fedele alfiere del macronismo, nel corso della stessa trasmissione, ha ammesso che “non si può chiedere a dei manifestanti di comportarsi in modo esemplare, se non ci si comporta in modo esemplare a propria volta”. Inoltre, anche alcuni sindacati di polizia hanno protestato contro l'utilizzo sproporzionato e pericoloso di tali armi, come il sindacato France-Police in questo comunicato, in cui si legge, tra l'altro, che "queste mutilazioni permanenti sembrano essere state causate da flashballs e granate esplosive. Non era mai successo che durante la V Repubblica facessimo un uso cosi massiccio di armi del genere contro la folla".

Questo improvviso interesse non ha mancato di sollevare qualche interrogativo tra i numerosi attivisti che si battono da anni su questi problemi, in particolare nei quartieri popolari alle periferie delle metropoli francesi.

“Avviso ai giornalisti, siccome sembra che vi stiate d’improvviso interessando alle violenze della polizia. Sappiate che esattamente un anno fa, un giovane che si chiamava Gaye Camara è stato abbattuto dalla polizia a Epinay (periferia di Parigi, nda) con una pallottola nel cranio”.

I motivi di questo disinteresse vanno ricercati nel fatto che “c’è sempre stato una specie di pregiudizio negativo, cioè che i feriti [dalle flashballs] dovessero essere degli hooligans, o dei giovanotti delle periferie, o dei cattivi sinistroidi. La maggior parte delle persone credeva che se uno veniva ferito era in un certo senso colpa sua” perché evidentemente “si era messo in una situazione in cui non avrebbe dovuto essere,” dice Ian, membro del collettivo “Desarmons-Les” (“Disarmiamoli”), che dal 2012 milita per fornire assistenza legale ai feriti e documentando i casi di violenza, che Valigia Blu ha intervistato via telefono. Ma nel caso dei gilet gialli “ci sono stati talmente tanti casi di feriti gravi, gente dai profili molto diversi tra loro, in particolare giovani e soprattutto, tante donne,” mentre fino ad oggi i feriti erano per lo più uomini, che è divenuto difficile fare finta di niente. Inoltre, il fatto che “venti persone perdano un occhio in due mesi, è davvero qualcosa di mai visto... non era più possibile continuare a dire che i feriti erano persone che in fondo se l’erano cercata”.

I gilet gialli, secondo Ian, hanno sviluppato un rapporto inedito coi social network. Quando durante una manifestazione qualcuno viene ferito da un’arma non-letale usata dalla polizia, quasi immediatamente le immagini dell’episodio - e delle ferite - vengono postate sui social, a volte dal ferito stesso. “Non era mai successo prima… e quasi tutti i gilet gialli feriti” hanno fatto ricorso a questa pratica, inondando le timeline di foto di visi martoriati, occhi cavati, crani sanguinanti e lividi. “C’è un fenomeno del tutto nuovo legato alla comunicazione immediata via social, che ha fatto sì che i media tradizionali, nel mese di gennaio, non potessero più ignorare la questione.” Anche se, avverte, “è un’arma a doppio taglio,” giacché è possibile che tali immagini vengano utilizzate contro chi le ha prodotte in sede giudiziaria.

Come ha detto David Dufresne a Mediapart, “il diniego mediatico ha iniziato a creparsi (...) davanti alla valanga di immagini” franata sui social. Ormai, “ciò che succede sui social network non è per niente marginale,” perché è sui social che si informa “una percentuale estremamente elevata della popolazione… E se le persone vivono delle cose e non le vedono poi trattate al TG, guarderanno sempre meno il TG”.

“Certo, i social network sono dei vettori notevoli di false notizie”, ha dichiarato Dufresne in un’altra intervista, “ma senza Facebook o Twitter, siamo certi che il silenzio dei media e dei politici sarebbe stato spezzato in questo modo?”. Il movimento dei gilet gialli, secondo lui, ha questa capacità “straordinaria di interrogare tutta la società – compresa la società dei media”. Che per ora, sembra aver almeno riconosciuto che la domanda è stata posta, dal basso.

I politici, invece sembrano ancora in ritardo. Proprio oggi, primo febbraio, il ministro degli Interni Christophe Castaner, durante una conferenza stampa al ministero, ha risposto alle critiche dicendo: “se la legge venisse rispettata, molto semplicemente, non ci sarebbero feriti”. La conferenza era trasmessa in diretta da BFMTV, un canale all news 7/24, molto criticato dai gilet gialli per il modo in cui rappresenta il movimento. Nell’angolo in basso a destra dello schermo, una scritta pubblicizzava un’inchiesta della redazione, in onda più tardi sul canale, intitolata “L’Enigma Benalla.” Sopra, in un piccolo rettangolo blu, campeggiava il volto di Alexandre Benalla, il collaboratore di Macron sorpreso a picchiare gli studenti lo scorso primo maggio. Intanto, venerdì scorso, il Consiglio di Stato della Francia ha stabilito che le forze di polizia hanno il diritto di utilizzare le flashballs durante manifestazioni e proteste.

Foto anteprima via France24

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