Velocità vs accuratezza: il tweet di Obama e la lezione del New York Times6 min


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di Andrea Iannuzzi

Altri quattro anni, meno un’ora. Se per il mondo intero il secondo mandato presidenziale di Barack Obama è cominciato un istante dopo il celebre tweet, non si può dire altrettanto per quel che concerne il New York Times. Nella redazione del quotidiano, non a caso chiamato la Grey Lady della stampa americana, giornalisti e capiredattori hanno mantenuto il sangue freddo, senza lasciarsi irretire dalle migliaia di tweet che scorrevano davanti ai loro occhi. E prima di cambiare il titolo della homepage, “chiamando” i 270 grandi elettori che riassegnavano la Casa Bianca al suo inquilino, hanno atteso di avere il conforto dei numeri, la certezza delle proprie verifiche, la sicurezza di non sbagliare.

D’altra parte, il New York Times poteva permetterselo perché partiva avvantaggiato: grazie al suo blogger Nate Silver aveva infatti molte ore di anticipo rispetto alla concorrenza, vista la perfetta previsione del mago dei sondaggi, che dalle colonne di FiveThirtyEight aveva azzeccato i risultati di tutti i 50 stati dell’unione. Ma questa è un’altra storia.

Più interessante è analizzare la scelta controcorrente del New York Times, che riporta d’attualità un dibattito non nuovo tra chi si occupa di rete e informazione, cioè il dilemma tra velocità e accuratezza. Il caso di Obama è emblematico del concetto di disintermediazione introdotto dal web prima e dai social network poi. Con quel tweet, lo staff del presidente ha di fatto reso superfluo il lavoro di migliaia di inviati al seguito dell’election day. La notizia, partita direttamente dalla fonte primaria, ha raggiunto i cittadini – almeno quelli connessi su Twitter – senza ulteriori passaggi mediatici. E i siti di tutto il mondo – NYT escluso – non hanno potuto fare altro che accodarsi.

Ma se, per pura ipotesi accademica, l’account di Obama fosse stato hackerato e quel tweet fosse stato uno scherzo? Certo, il fail sarebbe stato smascherato in pochi istanti, giusto il tempo di permettere allo staff presidenziale di diffondere, su Twitter o su altri mezzi, la smentita. Nel frattempo però, quel tweet fasullo sarebbe già stato diffuso da migliaia di utenti, molti dei quali accreditati come giornalisti o addirittura come testate internazionali. D’accordo, la probabilità che nella notte elettorale l’account presidenziale venga attaccato dagli hacker è remota, ma non si può escludere a priori.

Più banalmente, ci si sarebbe potuti trovare di fronte a uno scenario simile a quello del Duemila, quando i primi risultati “definitivi” avevano assegnato lo stato chiave ad Al Gore, salvo poi tornare a Gorge W. Bush con le ben note polemiche che ne seguirono. Ecco, l’idea che Obama o i suoi social media manager si fossero lasciati prendere dall’entusiasmo anticipando la vittoria rispetto alla certezza matematica, non era poi così campata in aria. D’altra parte, l’ex falco repubblicano Karl Rove, dagli schermi della Fox continuava a esprimere dubbi. E la telefonata di Mitt Romney che avrebbe segnato la resa definitiva tardava ad arrivare.

Eppure, molti di noi non si sono posti troppi scrupoli nel retwittare il “four more years obamiano”. Chissà, forse avrebbero avuto molte più remore se quel messaggio fosse stato divulgato per esempio da Ahmadinejad dopo le elezioni iraniane: il sospetto che si potesse trattare di propaganda mistificatoria in quel caso sarebbe stato molto più forte.

Ma un buon giornalista deve sempre esercitare l’arte del dubbio. E deve sapere che anche quando la fonte è la più ufficiale che ci sia, il rischio di disinformazione – volontaria o accidentale – è sempre in agguato. Ecco perché il New York Times, prima di metterci la faccia, ha preferito prendersi il suo tempo. Del resto, la gara della velocità l’avevano già persa tutti in partenza, stroncati dallo sprint di Obama: tanto valeva concentrarsi sulla sfida della serietà e dell’accuratezza.

Ma, stabilito che questa è la best practice, bisogna poi fare i conti con la realtà quotidiana. E spesso, purtroppo, l’ansia da retweet ha giocato brutti scherzi anche a professionisti di esperienza. Tra i casi più recenti, è stato ampiamente analizzato quello di @comfortablysmug, l’account anonimo che si è divertito a postare immagini fasulle dell’uragano Sandy, inducendo in errore anchormen e inviati. Per restare a casa nostra, andando indietro nel tempo, emblematica è la vicenda della presunta liberazione di Rossella Urru, un fail che ha costretto per esempio un personaggio noto come Fiorello a chiudere il suo account da mezzo milione di follower.

Eppure, la tentazione di arrivare per primi spesso prevale, soprattutto quando la notizia proviene da fonte accreditata, come può essere un lancio di agenzia. In quel caso, l’account Twitter di una news company ha due alternative: o si fida dell’agenzia, e cerca di informare i suoi follower il prima possibile; oppure si adopera nella verifica, con il risultato di arrivare sempre dopo la concorrenza e di vedere, nella stragrande maggioranza dei casi, la notizia iniziale confermata nella sua veridicità.

E non è facile, a quel punto, convincere i propri follower che la lenta accuratezza rappresenti un servizio informativo migliore rispetto alla rapida freschezza. Perché loro stessi, se hanno un’informazione prima degli altri, godono della possibilità di condividerla con i propri follower. È una specie di catena di Sant’Antonio che si interrompe solo quando la notizia di partenza si rivela falsa e inesatta. Ma il gioco, dicono in molti, vale la candela, per un semplice calcolo delle probabilità.

A chi scrive, però, nei giorni scorsi è accaduto proprio il caso particolare: un lancio d’agenzia approssimativo, con il quale si attribuiva a Pierluigi Bersani la frase “Se vinco le elezioni darò un posto da ministro nel mio governo a Renzi”. Una notizia ghiotta, che avrebbe cambiato lo scenario della sfida per le primarie. Così, gestendo l’account Twitter di Repubblica Sera (l’edizione serale di Repubblica, che esce in formato digitale su iPad e web), ho deciso di twittare quella notizia, taggando i due diretti interessati. Pochi minuti dopo, però, è giunta la smentita: Bersani non aveva mai pronunciato quella frase. A quel punto, è scattata la fase di “gestione della crisi”: come reagire di fronte a un proprio fail?

Ignorare il tutto, contribuendo alla propagazione di una notizia falsa? Dare la colpa dell’errore all’agenzia, escludendo la propria responsabilità? Oppure ammettere la leggerezza e correggere? E in questo caso, che fare del tweet sbagliato? Cancellarlo senza dire nulla, come se non fosse mai esistito, con il rischio che qualcuno avesse conservato uno screenshot e ci accusasse di strani giochi? Oppure lasciarlo lì, provocando in questo modo un effetto farfalla dell’errore, con altri possibili retweet da parte di utenti in buona fede? Consigliato da alcuni esperti che i lettori di Valigia Blu conoscono bene (Arianna Ciccone, Dino Amenduni), ho scelto la strada della massima trasparenza, chiedendo scusa e avvisando con un tweet dell’errore. Poi, fatto lo screenshot del tweet sbagliato, ho inviato un nuovo tweet ai follower per dire che quel tweet era stato volutamente cancellato, per non indurre in errore i follower. L’escamotage ha funzionato, anche in termini di engagement: a fronte di un paio di severi rimproveri (comunque meritati e ben accetti), sono arrivati molti feedback positivi.

Ma l’intento di questo post non è quello di autoincensarsi, quanto piuttosto quello di porre ancora una volta il problema. E avvisare gli utenti che tutti, nel loro piccolo, quando fanno un RT si assumono una parte di responsabilità: certo, quella dei professionisti dell’informazione è maggiore, perché a loro si chiede di dare la patente di veridicità a una notizia. Ed è solo in questo modo, verificando e mettendo il marchio doc di garanzia, che si trasforma un gossip in una notizia. In altre parole, è necessario ricreare una membrana di mediazione critica nel rapporto disintermediato tra fonte e utente: se questo ruolo viene riconosciuto, il giornalista (qualunque accezione si voglia dare al termine) ha ancora un senso e un ruolo nell’ecosistema informativo digitale. Altrimenti, nel migliore dei casi è inutile, nel peggiore dannoso.

D’altra parte, poiché sarebbe ipocrita sostenere che su Twitter la velocità non conta (a tutti piace riuscire ad avere una notizia prima degli altri, in fondo è quello uno dei motivi per cui si sta su Twitter), forse bisognerebbe annotarsi un disclaimer mentale, sapere che lì più che altrove può capitare di imbattersi in notizie sbagliate. Il che suonerebbe come “se volete accuratezza, non andate su twitter”. In realtà, il New York Times insegna che pretendere precisione e affidabilità si può e si deve, anche in rete, anche in 140 caratteri. Voi cosa ne pensate? Come vi sareste comportati al posto nostro? Ditecelo qui nei commenti oppure fatemi sapere i vostri suggerimenti e pareri su Facebook e Twitter.

Foto via journalitico.tumblr.com e CTVnews

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